UN UOMO LIBERO: VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI GIOVANNINO GUARESCHI

Scuola Media “Giovanni Paolo II” – Castel Guelfo (Bologna) – Prof.ssa Romana Capponcelli


Buongiorno a tutti! Siamo gli alunni della classe I B  della Scuola Media di Castel Guelfo. Quest’anno, nel laboratorio di italiano, accompagnati dalla nostra insegnante di Lettere e dalle bibliotecarie Sonia e Lisa, abbiamo incontrato un uomo veramente speciale: lo scrittore – giornalista – fumettista… Giovannino Guareschi, a cento anni dalla sua nascita, avvenuta il 1° maggio 1908.
Subito, al primo impatto, ci ha incuriositi: il 15 novembre in Biblioteca, abbiamo ascoltato la presentazione della sua vita e della sua attività di giornalista e fumettista. Attraverso le parole di Sonia, ci è venuto incontro un uomo “robusto, dall’aria assorta, con un bel paio di baffi neri, folti e arricciati”; un tipo “ironico e vivace, uno che non molla mai, anche nelle situazioni più difficili”. Un uomo libero, anche nelle vicende più drammatiche.
Ci siamo messi all’opera: “improvvisandoci” giornalisti, nel corso di un mese abbiamo realizzato un numero speciale del “Candido”, proprio dedicato a Giovannino Guareschi.
Ma il momento più intenso per tutti noi è stato “seguire” lo scrittore nell’esperienza dei campi di internamento nazisti: dapprima in Polonia, poi in altri lager. Condotto in Germania il 13 settembre 1943, fece ritorno in Italia il 4 settembre del 1945, ma in quei giorni tragici Guareschi non cedette, né materialmente né, soprattutto, spiritualmente. Lo abbiamo riscontrato prima di tutto in “Favola di Natale”, il testo scritto in un campo di concentramento tedesco, di cui in Biblioteca abbiamo ascoltato la lettura espressiva realizzata per noi da Sonia e Lisa.
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Per celebrare la notte della Natività del 1944 Giovannino compose, insieme a Coppola, che gli fornì le musiche, questa favola dedicata al piccolo figlio lontano. Come lui stesso dice, le muse che lo ispirarono si chiamavano Freddo,  Fame e Nostalgia. Nacque così la storia di Albertino, della nonna, del papà prigioniero, delle piccole creature - buone o cattive - che vivono e parlano in un bosco fantastico. Dentro si cela la storia di quegli uomini, affamati e infreddoliti, che l’ascoltarono in una baracca del Lager tedesco e che, proprio grazie alle parole di Guareschi, riuscirono a mantenere viva la speranza…
Il testo ci documenta uno sguardo positivo sulla vita, anche in un luogo così terribile.
Abbiamo approfondito quest’opera di “resistenza” nel lager con l’aiuto dell’esperto Flavio Babini, e delle stesse bibliotecarie, che ci hanno proposto una lettura antologica di “Diario clandestino”,  pubblicato da Guareschi nel 1949.
Abbiamo scoperto che lo scrittore fu uno degli oltre 600.000 militari italiani che i tedeschi fecero prigionieri dopo l’8 settembre 1943. Quale la loro colpa? Questa: dopo l’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, si rifiutarono di collaborare con la Germania. Abbandonati dal governo italiano, considerati traditori dai fascisti, furono ritenuti nemici dai tedeschi, perciò furono fatti prigionieri e deportati nei lager. A lui misero al collo un cartello col numero 6865, per annientare la sua identità. Ma nelle prime pagine di Diario clandestino, lo scrittore annota: “Io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. (…) L’unica cosa interessante ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “Non muoio neanche se mi ammazzano!”. E non morii(…) Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare. E, oltre agli appunti del diario da sviluppare poi a casa, scrissi un sacco di roba per l’uso immediato. E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario. La roba che, nelle mie intenzioni d’allora, doveva essere scritta e servire esclusivamente per il Lager e che io non avrei mai dovuto pubblicare fuori del Lager. E invece, trascorsi alcuni anni, fu proprio questa l’unica roba che mi è parsa ancora valida.(…) E’ l’unico materiale autorizzato, in quanto io non solo l’ho pensato e l’ho scritto dentro il Lager: ma l’ho pure letto dentro il lager. L’ho letto pubblicamente una, due, venti volte, e tutti lo hanno approvato.”
Il campo di concentramento si presentava come un mare grigio abbracciato a un cielo grigio. Guareschi capì che, per sopravvivere, era necessario fare a pezzetti quell’onda immensa di odio e di repressione, cominciando proprio dalla baracca, quella baracca 18 in cui Giovannino e tanti altri prigionieri si ritrovarono ammassati con “gli occhi sgomenti (…) come miseri emigranti… nella stiva squallida e inospitale della loro nave” e che in Diario clandestino definì come “una piccola arca di Noè navigante in mezzo a un Diluvio di malinconia”. In quella piccola arca il male, la cattiveria, l’odio dovevano avere il minore spazio possibile. Quello, intuì Guareschi, era l’unico modo per rimanere uomini.
Scrive ancora nelle prime pagine di Diario clandestino: “Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo mai dimenticato di essere uomini (…). Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredato di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni decine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato. Il mondo ci dimenticò.(…) Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. (…) Non abbiamo vissuto come bruti”
Guareschi fu tra i tessitori più tenaci di quella civiltà. Non si fermò mai. Seppe farsi forte di tutto quanto il genio dei suoi compagni riusciva a produrre per la sopravvivenza. Per esempio, l’organizzazione di Radio Caterina. Una radio ricevente che gli internati avevano costruito con mezzi di fortuna per captare qualsiasi genere di segnale. Introvabile per i tedeschi che le davano la caccia, servì ai prigionieri per essere al corrente dell’andamento della guerra e mantenere viva la speranza.
Tutto questo, però, non deve fare pensare al lager come ad un club dove ognuno poteva organizzarsi a proprio piacimento. I prigionieri erano preda di ogni genere di malattia. Nutriti con razioni che ne garantivano a stento la sopravvivenza. In preda al gelo. Costretti a liberarsi dalla sporcizia come meglio potevano. Perennemente incerti sulla propria sorte. In contatto precario con i parenti a casa. Faccia a faccia con la morte che si infilava nelle baracche e si prendeva i più deboli. La tentazione più grande nel campo di concentramento era la spinta a isolarsi. L’uomo era avviato sulla strada dell’egoismo. Delazione, menefreghismo, opportunismo, cattiveria. Guareschi si salvò da questa discesa agli inferi.
A casa si cercava il modo di convincere Giovannino a tornare in Italia. O, quanto meno, a trovare una migliore sistemazione in Germania.
Guareschi scrisse ai suoi: “Miei Cari…Resto qui non per capriccio, ma per i miei figli e per voi. Lo capirete dopo”. Nel lager si era fatto strada un Guareschi sempre più vero.
La tubercolosi, il tifo, la dissenteria, la fame, la violenza causarono la morte di oltre 60.000 IMI (Internati Militari Italiani), così vennero chiamati questi prigionieri. 
Ai morti nei lager se ne aggiunsero almeno altrettanti al loro rientro in patria per le malattie riportate.
Giovannino Guareschi riuscì a tornare e senza odiare nessuno.
Uno dei passi più intensi di Diario Clandestino porta il titolo  “Signora Germania”: “Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo e niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.(…) Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al colo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda solo il Padre Eterno. E questa è una fregatura per te, signora Germania”.
E infine una profonda riflessione scritta da Guareschi nel lager:
I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe”.
In occasione della Giornata della memoria, alcuni  ragazzi della nostra classe hanno presentato la figura di Guareschi e la sua resistenza morale al totalitarismo, nell’ambito della  manifestazione “Mai più”, realizzata da un’Associazione culturale del paese e  rivolta all’intera cittadinanza.
Il nostro percorso si è poi concluso con la visione di alcuni spezzoni tratti dai film dedicati ai buffi personaggi del “Mondo piccolo” guareschiano, gli indimenticabili don Camillo e Peppone: ci siamo sorpresi a divertirci di gusto, anche di fronte a immagini e scene di altri tempi, in bianco e nero, molto diverse da quelle dei film a cui siamo abituati oggi.
Il 3 marzo abbiamo quindi raggiunto Bagnara di Romagna dove, nella Rocca, era allestita la mostra “Non muoio neanche se mi ammazzano”. L’avventura umana di Guareschi. Guidati da Lisa abbiamo ripercorso le vicende della vita di una persona libera, generosa… e noi? Ci piacerebbe proprio essere un po’ così!
“La vita è un’avventura e va vissuta con gioia”: queste sono le parole che Giacomo, un nostro compagno,  ha immaginato di sentirsi rivolgere da Giovannino Guareschi in un incontro a tu per tu con lui. E continua: “Giacomo da quella frase non capì molto, ma era sicuro che un significato c’era”.
Ecco: vorremmo essere aiutati a conoscere quel significato, per poterne fare a nostra volta  esperienza.
E ci chiediamo: che cosa ha dato a Guareschi quella forza e quel coraggio indomabili?