ROSA MAIOLANI E VIA DIGIONE - RICORDI DELLA SALVEZZA A IMOLA

Scuola Media “Giovanni Paolo II” – Castel Guelfo (Bologna) – Prof.ssa Romana Capponcelli
 
Buongiorno a tutti! Siamo gli alunni della classe III B della Scuola Media di Castel Guelfo. Quest’anno con la prof.ssa Romana Capponcelli, nel laboratorio di italiano e storia, abbiamo approfondito l’argomento della Shoah: abbiamo conosciuto l’ideologia  nazista e l’antisemitismo, abbiamo fatto letture sulla discriminazione e persecuzione ebraica, sullo sterminio… Tutte cose orribili, ma in mezzo a queste abbiamo scoperto una realtà bella: i Giusti, cioè persone che, a rischio della loro vita, hanno protetto o nascosto degli ebrei e in questo modo li hanno salvati. Uomini: così li avrebbe chiamati Primo Levi, perché nel pericolo si sono preoccupati più della vita degli altri che della loro. In poche parole i Giusti sono stati la sola luce in un mondo buio, che non riusciva più a risplendere, ed è grazie a loro che si può ancora credere nella possibilità del bene.
Il progetto ci ha permesso di leggere testi significativi, di analizzare documenti originali durante la visita guidata all’Archivio storico comunale di Imola, di vedere filmati particolari e fare esperienze di simulazione in classe (accompagnati dalla nostra insegnante e da esperti molto preparati), ma il momento per noi più interessante e intenso è stato l’incontro con una testimone imolese, la sig.a Rosa Maiolani, che abbiamo ascoltato in una saletta della sede del C.I.D.R.A. e poi seguito per le vie di Imola. Rosa Maiolani è una signora molto riservata e schiva, che in modo molto semplice ed essenziale ci ha raccontato una cosa grande: il salvataggio di 6 ebrei nascosti a Imola, in via Digione, di cui lei è stata “protagonista” non sempre in modo consapevole.

I fatti sono questi: nel periodo che va dalla fine del 1944 al 14 aprile 1945 (giorno della liberazione a Imola), Rosa e la sua famiglia avevano trovato rifugio, come tanti, nelle cantine dell’Ospedale Vecchio. Lì, soprattutto dopo il ricovero dei feriti e degenti dell’Ospedale e il conseguente trasferimento della famiglia di Rosa nella carbonaia, per la ragazza, allora diciottenne, la vita era diventata un inferno: “tutti i giorni morti e feriti, sangue, grida, freddo e polvere nera”. E’ naturale che i più giovani, come Rosa, cercassero un po’ di sollievo uscendo all’aperto appena era possibile, quando i bombardamenti erano passati, e anche quando non era sicuro per niente, tanto era il desiderio di aria, di giochi, di amici…
In particolare Rosa trovava conforto andando a piedi dalla zia Eleonora, detta “Rina”, che abitava nella vicinissima Via Digione, al n. 15 di un edificio a due piani: la zia era al piano terra, al primo piano abitava una coppia di ebrei, Ezio Bolaffi e la moglie Pia Bassani, entrambi insegnanti, lui di latino, lei di francese; in particolare Ezio Bolaffi era titolare della cattedra di latino all’Università di Bologna. Essi, come gli altri 4 ebrei ospitati in via Digione, erano sfollati da Bologna: tutti erano stati ben accolti e aiutati dagli inquilini del palazzo e non solo. Non avevano carte annonarie e Rosa, talvolta insieme alla sorella, andava dal macellaio lì vicino che per amicizia allungava loro un po’ di carne di scarto, qualche cascame e un po’ di grasso, che subito Rosa portava ai Bolaffi, naturalmente all’insaputa del macellaio: solo in via Digione era nota la presenza degli ebrei! “Li aiutavamo, ma per questo non ci sentivamo degli eroi, e nemmeno ci rendevamo conto del pericolo. Non abbiamo mai pensato che si poteva morire: li aiutavamo semplicemente perché erano esseri umani nel bisogno”. Per riconoscenza, il professore e la moglie davano a Rosa lezioni di latino e francese: per la ragazza, quelli erano momenti belli, che la “tiravano su” e le “facevano bene”.

Un giorno il padre di Rosa, che era nel C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale di Imola), informato dalla cognata, la zia Rina, della presenza degli ebrei in v. Digione, ne parlò in una riunione clandestina del comitato: decisero di procurare loro 6 carte d’identità false, d’accordo con un impiegato del Comune di loro conoscenza. Rosa, in quell’occasione, fu particolarmente utile. Mandata, a sua insaputa, dal padre in Comune “perché dovevano darle qualcosa”, la ragazza andò e l’impiegato le diede un bel pacchetto di pasta: dentro erano nascoste le 6 preziosissime carte d’identità che permisero agli ebrei di salvarsi. Infatti, dopo qualche giorno, nel caseggiato di v. Digione fecero irruzione tedeschi e fascisti per un controllo (in v. Digione i controlli erano frequenti perché lì si nascondeva Domenico Rivalta, un antifascista, un capo dei G.A.P., un “ribelle”, come venivano chiamati i partigiani dai fascisti). Gli ebrei poterono esibire le loro carte d’identità “in regola”, in particolare la coppia più anziana si mise a letto, fingendosi ammalata, e sistemò in bella vista ai piedi del letto i documenti che tedeschi e fascisti guardarono, senza trovare nulla di sospetto. Quei documenti furono la loro salvezza. Il 14 aprile 1945 Imola fu liberata. Il giorno dopo arrivò in via Digione una camionetta di soldati che cercavano i rifugiati ebrei per consegnare loro cassette di generi di prima necessità: era la brigata ebraica che, non si sa come, conosceva l’indirizzo dove si nascondevano i loro correligionari. Da quel giorno fino al momento della loro partenza, questi militari ebrei (forse polacchi) rifornirono regolarmente gli ebrei di via Digione.
Dopo la Liberazione di Bologna, i Bolaffi tornarono nella loro città, ma ebbero molte difficoltà a trovare un’abitazione, così il professore decise di farsi trasferire a Fano, dove poi morì. La moglie, Pia Bassani, in una lettera scrisse alla zia di Rosa che sarebbe andata a vivere a Ferrara, dalla sorella. Da allora non ebbero più sue notizie. Il 22 maggio 1947 da Bologna, Ezio Bolaffi aveva mandato a Rosa una cartolina in cui la ringraziava perchè (si legge nel documento che Rosa custodisce gelosamente, come si fa con gli oggetti più cari) “nel periodo più triste della mia vita, quale fu quello imolese, dove la perfidia umana ci aveva obbligato ad una vita segregata ed angustiata, quelle lezioni (si riferisce alle lezioni che impartiva alla giovane Rosa) furono un conforto per il mio spirito tanto depresso”.
Questa è la storia di Rosa Maiolani, una signora con il cuore grande, che ci ha fatto capire una cosa fondamentale: essere Giusti è possibile ed è un bene per tutti.
Concludiamo la nostra relazione, dandovi lettura della scheda anagrafica di Ezio Bolaffi tratta dal Dizionario biografico “Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese. 1919-1945” a cura di A. Albertazzai, L. Arbizzani e N.S.Onofri:
Bolaffi Ezio, da Giuseppe e Sandrina Levi; n. il 5/11/1885 a Pesaro. Laureato in lettere. Libero docente di lingua e letteratura latina all'università di Bologna, dove iniziò a insegnare nel 1932. A metà dell'anno accademico 1938-39, essendo ebreo, fu costretto a lasciare l'insegnamento — unitamente a una quarantina di docenti, undici dei quali ordinari e tre onorari — a seguito dell'entrata in vigore della legislazione antisemita per «la difesa della razza». Il 12/6/39 ricevette una lettera dall'università di Bologna nella quale si afferma che, essendo ebreo, gli era stata revocata la libera docenza in lingua e letteratura latina, con provvedimento retroattivo al 14/12/38. Il 7/6/45 fu riammesso all'insegnamento.